giovedì 22 febbraio 2018

Luigi Ghirri: storia di un ritrattista del pensiero che ha fermato il tempo e trasformato lo spazio

Luigi Ghirri era un uomo molto distratto, costantemente immerso nei suoi pensieri. Lo ricordano così gli amici e compaesani che ancora oggi ne parlano con grande ammirazione, dipingendolo come avvolto da una grande aurea di mistero, propria di un grande artista. Di mestiere Luigi faceva il geometra. Poi, a un certo punto della sua vita, decide di mollare tutto e di lasciarsi andare alla sua grande inclinazione artistica: la fotografia. A oggi Ghirri può essere considerato uno dei capo scuola italiani della fotografia paesaggistica. Come l’illustre collega Gabriele Basilico, anche Ghirri intraprende un’affascinante studio sulla percezione dello spazio e del territorio, slegandolo drasticamente dall’immagine da cartolina che negli anni ’80 costituiva gran parte dell’immaginario collettivo  italiano. Questo nuovo approccio al territorio si concretizza, negli anni ‘80, in alcuni dei progetti più importanti del fotografo emiliano: Viaggio in Italia (1984), Esplorazioni sulla Via Emilia – Vedute nel paesaggio (1985), e Paesaggio italiano (1980-1989).  Qui i paesaggi appaiono come sospesi, quasi metafisici, caratterizzati da una grande semplicità, frutto di una lunga riflessione volta alla comprensione di se stesso e del mondo che lo circonda.

Luigi Ghirri: il paesaggio italiano nascosto


Luigi Ghirri libera dalle tenebre l’Italia nascosta, quel territorio silenzioso che l’iconografia tradizionale, influenzata dallo stereotipo turistico, aveva cercato di cancellare con tutte le forze. Il fotografo cerca così di superare l’immagine del “luogo comune”, sforzandosi di ricercare nuove metriche per misurare la periferia e la provincia, più poetiche e personali. Per lui la fotografia non è altro che la rappresentazione di uno dei tanti mondi possibili, che, in parte, nulla hanno a che vedere con quello reale. I suoi paesaggi sono in qualche modo a stretto contatto con il suo mondo interiore: spesso composte da pochissimi, ma essenziali, elementi, i suoi scatti si trasformano in porte della percezione, luoghi di confine in cui il reale e il metafisico lavorano assieme per la creazione di una nuova interpretazione del mondo. I luoghi di Ghirri si trasformano così in “non luoghi”, territori rarefatti e sovraesposti, prodotti di un lungo processo creativo in cui è la sperimentazione del colore a farla da padrone.

Il mistero, l'enigma e la cancellazione dello spazio


Il tema della memoria, dell’incanto e del fantastico: sono questi gli elementi caratterizzanti le opere di Ghirri. Il fotografo reinterpretava il paesaggio decontestualizzandolo dalla sua dimensione quotidiana, per inserirlo in un ambiente sospeso, in cui la percezione del tempo è drasticamente stravolta. Le immagini di Ghirri, sono territori pieni di  mistero enigmatico. Lo stesso Gianni Celati, suo grande amico e ammiratore, descrive le opere di Ghirri come caratterizzate da un grande senso della narrazione: le immagini di Ghirri, nonostante sembrino immobili, ci parlano, raccontandoci di un mondo che ormai abbiamo dimenticato. In questo senso risulta molto interessante uno dei suoi ultimi scatti, Roncocesi, realizzato nel 1992: dopo più di 10 anni passati a indagare l’essenza dello spazio e dei suoi elementi, Ghirri decide di fotografare la sola nebbia, eleggendola a simbolo assoluto della cancellazione estrema del mondo.

La scomparsa di questi territori, però, ne implica una conseguente nuova nascita, al di fuori dei confini dell’immagine:

“La cancellazione dello spazio che circonda la parte inquadrata è per me importante quanto il rappresentarlo, ed è grazie a questa cancellazione che l’immagine assume senso diventando misurabile. Contemporaneamente l’immagine continua nel visibile della cancellazione, e ci invita a vedere il resto del reale non rappresentato. Questo duplice aspetto di rappresentare e cancellare non tende soltanto a evocare l’assenza dei limiti, escludendo ogni idea di completezza o di finito, ma ci indica qualcosa che non può essere delimitato, e cioè il reale” .

Come Federico Fellini per il cinema, e come molti altri artisti della sua generazione che si sono cimentati nella pittura e nella fotografia, Luigi Ghirri è riuscito in una delle imprese più ardue per un artista: quella di fermare il tempo e trasformare lo spazio.

Francesco Lodato



Il mondo possibile di Luigi Ghirri

Il mondo possibile di Luigi Ghirri

Il mondo possibile di Luigi Ghirri
Il mondo possibile di Luigi Ghirri




lunedì 12 febbraio 2018

Glasgow 1969: la nascita artistica del grande Gabriele Basilico

L’8 febbraio 2018, presso la galleria Carla Sozzani di Milano, è stato presentato Glasgow 1969, il nuovo volume fotografico dedicato alla fotografia di Gabriele Basilico. Un lavoro inedito che completa la trilogia conosciuta come Basilico prima di Basilico, aggiungendosi ai due precedenti volumi che già la compongono (Iran 1970 e Marocco 1971). In Glasgow 1969 si ha la possibilità scoprire un giovanissimo Gabriele Basilico, ai tempi degli scatti ancora uno studente di Architettura.  

Gabriele Basilico: la biografia giovanile


Tutto ha inizio verso la fine degli anni ’70: sono anni di grande contestazione in Italia e tra i giovani nasce la necessità di potersi esprimere liberamente per trovare il proprio posto nel mondo. L’arte (e ogni sua forma d’espressione) è sicuramente il mezzo più congeniale nel raggiungimento di questo obiettivo. Affascinato dai lavori fotografici dei famosi reporter americani, il giovane Basilico si improvvisa fotografo da “strada”, immortalando alcuni istanti delle manifestazioni sessantottine. È proprio in questo periodo che, armato di una Nikon F e provvisto di un solo rullino, Gabriele parte per un viaggio in Scozia: arrivato a Glasgow, il ragazzo passa un’intera giornata di sole a fotografare con disinvoltura e grande ispirazione gli abitanti del luogo: bambini, donne, passanti. Attimi di vita, insomma, a cui fa da sfondo l’architettura industriale della periferia cittadina. Immagini che oggi acquistano una grande importanza perché si distaccano totalmente dalle produzioni future del fotografo, in cui l’attenzione si posa  più sullo spazio e la sua composizione che sulle persone che lo abitano. Tornato dalla Scozia, infatti, il fotografo si lascerà andare in una profonda riflessione sullo spazio cittadino, il luogo in cui tutte queste anime irrequiete si incontrano e vivono.


Un’idea di arte: il rapporto tra fotografia e architettura


In un’intervista rilasciata a San Francisco nel 2007, Gabriele Basilico riflette sul ruolo del  mezzo fotografico nella società contemporanea: la fotografia ci mette in relazione con il mondo, aiutandoci a interpretarlo. In una società in cui l’immagine fotografica ha completamente ingombrato il nostro immaginario visivo e dove il cittadino è ormai abituato al continuo bombardamento di scatti rappresentanti i luoghi in cui vive (una riflessione che si fa sempre più lucida considerato l’avvento di Instagram), la presenza dell’artista diventa necessaria all’inquinamento del punto di vista comune, per indirizzare l’osservatore a una nuova  riscoperta del  mondo, osservato ora attraverso occhi nuovi.

Il rapporto tra fotografia e architettura è sicuramente uno degli elementi fondamentali di questa “poetica”: Basilico è attratto dalla grande curiosità per la continua trasformazione dello spazio cittadino, così tanto da sentirsi in dovere di ridefinirne i confini continuamente. Lo spazio abitato rimane così  sospeso, una condizione (quella della sospensione temporale) che consente all’osservatore di poter decodificare con più attenzione ciò che ogni giorno lo circonda. In un certo verso, Basilico misura lo spazio per definirne il senso. La città, che in Glasgow 1969 non era altro che lo sfondo dell’azione, diventa così essa stessa il soggetto principale del mezzo fotografico.

Nonostante, quindi, questo volume rappresenti solo un piccolo momento della carriera artistica del fotografo, è da considerare come il tassello mancante di uno studio più approfondito al lavoro di una vita: l’inizio di un processo creativo che ha portato Gabriele Basilico a ridisegnare e a tracciare una mappa delle maggiori città del mondo.

Francesco Lodato


Glasgow 1969 di Gabriele Basilico

Glasgow 1969 di Gabriele Basilico

Glasgow 1969 di Gabriele Basilico





martedì 6 febbraio 2018

L’enciclopedia della vita: le opere su "larga scala" di Andreas Gursky

Inaugurata il 25 gennaio 2018, la retrospettiva dedicata ad Andreas Gursky sta avendo un grande successo: merito delle bellissime opere che la Hayward Gallery di Londra ha deciso di esporre all’interno dei suoi spazi e che il pubblico potrà ammirare fino al 22 aprile. Quella di Andreas Gursky è stata una grande carriera artistica, un lungo periodo creativo in cui il fotografo si è distinto per il suo particolare modo di descrivere il mondo che lo circonda. Una vera e propria missione, definita dallo stesso artista una sorta di enciclopedia della vita: un maestoso progetto composto da scatti ritraenti gli effetti dell’economia globale sulla nostra società moderna, resi ancora più “forti” dalla precisa scelta stilistica di stampare esclusivamente su “larga scala”. La "grandezza" di Andreas Gursky, però, non termina qui: l’artista guida l’osservatore attraverso dettagli che conferiscono un senso (politico e sociale) all’intera immagine, una vera e propria narrazione per immagini che riflette sulle conseguenze (quasi sempre nefaste) della globalizzazione.

Andreas Gursky: il porto di Salerno


Una delle foto più importanti presenti all’Hayward Gallery è sicuramente quella scattata al porto di Salerno nel 1990. È questa la foto a cui Andreas è più affezionato, perché ha segnato un vero e proprio punto di svolta nella sua carriera: è da questo momento in poi che l’artista ha compreso quanto la fotografia potesse diventare un potente mezzo per riflettere sullo stato economico e attuale della società moderna. Senza buonismi e tanti giri di parole, Andreas Gursky è riuscito a evidenziare gli effetti e le gravi conseguenze della nostra economia globale.

«Ero sopraffatto da quello che vedevo: la complessità dell’immagine, l’accumulo di merci, le macchine, i container. Non ero sicuro che la foto avrebbe funzionato. Mi sono solo sentito costretto a scattarla. Era pura intuizione. Solo quando sono tornato a casa ho capito ciò che avevo. Ho visto immediatamente quel pattern, quella densità pittorica, quell’estetica industriale. Questa immagine è diventata per me un pezzo importante, un punto di svolta».


Andreas Gursky: le opere della retrospettiva all’Hayward Gallery di Londra



Oltre a questa maestosa foto, fino al 22 aprile potrete ammirare alcune delle immagini più belle dell’artista, scattate tra gli anni ’80 e 2000: sessanta fotografie, ritraenti grandi raduni di massa, mastodontici complessi industriali, rave party (May Day IV, 2000/2014)  e case popolari la cui vastità sembra non avere mai fine.(Montparnasse, 1993). Insomma, questa è sicuramente una di quelle retrospettive che non potete perdervi: le immagini di Gursky sono permeate da una grande forza espressiva che invita l'osservatore a riflettere sulla grave situazione economica e sociale con cui ogni giorno egli si confronta, senza (forse) darle il giusto peso.

Francesco Lodato

Il porto di Salerno, Andreas Gursky, 1990

Supermercato di Andreas Gursky

una discarica di copertoni immortalata da Andreas Gursky

case popolari immortalate da Andreas Gursky



venerdì 2 febbraio 2018

"David Hockney dalla Royal Academy of Arts": il nuovo documentario dedicato al grande fotografo inglese

Avevamo già parlato di David Hockney in passato e oggi vogliamo riproporvelo perché, proprio pochi giorni fa, è uscito al cinema un nuovo documentario sull’artista, David Hockney dalla Royal Academy of Arts con la regia di Phil Grabsky. Questo documentario fa parte del ciclo Grande Arte al Cinema, format che ha riscosso molto successo l’anno passato.

David Hockney: le opere e la Royal Academy


David Hockney, membro della Royal Academy dal 1991, è considerato il padre della Pop Art britannica, ma la sua arte non è rimasta immobile, anzi, il poliedrico artista sta sperimentando nuove strade attraverso l’utilizzo dell’IPad e la creazione di video, che in parte ci verranno fatti vedere nel lungometraggio, il quale ci permetterà di osservare Hockney nella realizzazione delle sue opere. In particolare, nelle interviste del documentario a cura di Tim Marlow, si parlerà di due mostre realizzate dal pittore appositamente per le sale della RA, la prima, David Hockney: A Bigger Picture del 2012, racconta del periodo trascorso nella sua casa dello Yorkshire, mentre la seconda riprende la sua grande passione per il ritratto e il suo ritorno a Los Angels, David Hockney: 82 ritratti e 1 still-life, del 2016.

David Hockney: A Bigger Picture


Nelle sale della Royal Academy che ospitavano David Hockney: A Bigger Picture si potevano osservare opere di grandi dimensioni ispirate al paesaggio dello Yorkshire orientale. Questi dipinti sono stati creati appositamente per quegli spazi e oltre ai quadri realizzati con tecniche già sperimentate in passato dall’artista, si potevano vedere dei suoi disegni realizzati su iPad e una serie di film prodotti utilizzando 18 telecamere, questi venivano poi proiettati su più schermi per offrire un incantevole viaggio visivo attraverso gli occhi di David Hockney. La mostra vedeva la collaborazione del Museo Guggenheim, Bilbao e il Museo Ludwig di Colonia.

David Hockney: 82 ritratti e 1 still-life


Dopo il 2012, Hockney lascia la sua casa nello Yorkshire per tornare a Los Angeles e lì, lentamente, si avvicina di nuovo al ritratto, fino a produrre quadri per l’intera mostra. In questi dipinti, l’artista inglese, ritrae tutti: amici, parenti, conoscenti, tra i quali ci sono impiegati, colleghi artisti, curatori e galleristi come John Baldessari e Larry Gagosian. La particolarità è che ogni opera ha le stesse dimensioni, è stata realizzata nello stesso tempo (tre giorni a soggetto) e ha lo stesso sfondo blu eppure ognuna è molto diversa dall’altra e ogni ritratto ha la propria personalità.


Con questo documentario, grazie a interviste intime e approfondite con David Hockney, Phil Grabsky e Tim Marlow hanno ottenuto un accesso privilegiato su quello che è tutt’oggi il mondo di questo fantasioso e creativo artista che non smette mai di stupirci.

Sara Mastaglia

Ritratto su sfondo blu

Ritratto su fondo blu

Paesaggio Yorshire

Paesaggio Yorshire
























Fonti immagini: http://bit.ly/2GFfQL6
                            http://bit.ly/2E6L13A

mercoledì 24 gennaio 2018

Andrè Kertèsz: le finestre sul mondo del grande fotografo ungherese

Gli ultimi anni della sua vita li ha passati chiuso in un appartamento di New York, dove, affacciato alla finestra, ha immortalato sfuggenti momenti di vita quotidiana dei passanti. Attimi all’apparenza anonimi e inconsistenti, ma resi eterni dalla sua macchina fotografica. Il suo nome è Andrè Kertèsz ed è uno dei più grandi fotografi del ‘900. Grande amico di Henri Cartier-Bresson, il quale lo ha sempre considerato un vero e proprio pioniere dell’arte fotografica ( «Tutto quello che abbiamo fatto, Kertész l'ha fatto prima.») Andrè è diventato nel corso del tempo un grande punto di riferimento per la fotografia mondiale: un artista che non è mai sceso a compromessi e che ha sempre seguito la sua strada, assecondando il proprio istinto artistico. Nonostante la sua storia si sia conclusa all’interno di un piccolo appartamento dove per anni è stato relegato a causa di una grave malattia, la sua strada è partita da molto più lontano, quando ancora l’Europa era dilaniata dalla Grande Guerra.

Andrè Kertèsz: il fotografo rivoluzionario


Classe 1894, Andrè Kertèsz nasce a Budapest, figlio della media borghesia ungherese. Il giovane figliol prodigo ha solo 21 anni quando parte per la guerra, armato di una sola macchina fotografica. In trincea il giovane artista cerca di immortalare i momenti più intimi dei giovani commilitoni, ritratti nei pochi attimi di pace calpestati dalla tragedia del conflitto. Già a quei tempi, l’aspirante fotografo aveva la capacità di rendere immortali piccoli momenti di vita quotidiana, momenti di pace catturati da una speciale visione del mondo. Il suo destino era già segnato: conclusa la guerra, Kertèsz è pronto per intraprendere un nuovo  percorso artistico. Gli anni ’20 rappresentano un periodo di grande fermento per la storia della fotografia mondiale e il giovane fotografo ci si lancia con tutta la passione e il talento che ha in corpo, convinto di poter contribuire anch'egli alla crescita dell’arte fotografica. Insieme all’amico Henri Cartier-Bresson, Andrè inizia a collaborare con diverse riviste dell’epoca, intraprendendo, così, la  carriera di freelance. Colmo di speranze per il futuro, accetta la sfida di Le sourire che, intravedendo in lui un grande talento, gli lascia la libertà di pubblicare ciò che vuole in uno dei numeri della rivista. Il giovane Andrè non può tirarsi indietro davanti ad un’occasione del genere: dopo essersi procurato uno specchio deformante recuperato in un circo e aver ingaggiato due modelle, il giovane artista realizza “Distorsioni”, suscitando l’interesse e la stima di amici e colleghi, amanti, come lui, della nuova corrente surrealista: qui Kertèsz gioca con il nudo femminile, deformandolo e conferendogli un nuovo valore artistico. Anche la bellezza sacra della donna può essere destrutturata e rivoluzionata.

From My Window: la finestra sul cortile di Andrè Kertèsz


Nel corso del tempo il fotografo  comprende di non aver bisogno di nessuno specchio deformante per reinterpretare la realtà. Ogni essere vivente, ogni oggetto, ogni minimo dettaglio della vita diventa un archetipo universale, se immortalato dall’angolatura giusta. Dopo essersi trasferito in America, a metà degli anni’30, il fotografo non riesce, però, a trovare il grande consenso: gli americani, abituati al foto-giornalismo didascalico, non capiscono questa sua ossessione nell’immortalare, a parer loro, momenti “inutili” e poco interessanti. Cosa poteva esserci di così eterno in una forchetta appoggiata in un piatto, nel profilo di un comignolo o in una finestra rotta? Passeranno anni prima che il grande fotografo venga finalmente accettato e esaltato dalla critica mondiale. Il passare del tempo però è inesorabile: nel crepuscolo della sua vita, Kertèsz si ammala, fino ad  essere costretto alla solitudine di una stanza. Una stanza che, però, affaccia su un bellissimo parco, il Washington Square Park, dove migliaia di donne, uomini e bambini passeggiano, giocano, discutono e vivono. È  nell’ultimo periodo della sua vita che Kertèsz produce ciò che ancora oggi è considerato il suo testamento, From My Window: dalla sua finestra l’artista ha immortalato la magia della quotidianità dei passanti. Vetrine, bar, manifesti, ombre e bambini: From my Window è stato il suo ultimo regalo al mondo della fotografia mondiale.

"Andrè Kertèsz": la personale a Palazzo Ducale


Dopo il successo ottenuto al Foam di Amsterdam, dove sono state esposte alcune delle sue migliori opere, il mito di Andrè Kertèsz si trasferisce a Genova: a Palazzo Ducale, infatti, aprirà i battenti la mostra “Andrè Kertèsz” che ha l’onore di presentare più di 180 negativi inediti del grande fotografo. Dai primi anni ungheresi, passando per la tragedia della guerra e gli anni parigini, fino al periodo americano, dove l’artista incompreso ha vissuto il suo miglior momento artistico (From My Window ne è la prova). La mostra genovese a lui dedicata verrà inaugurata il 24 febbraio 2018 e durerà fino al 16 giugno. Andrè Kertèsz è stato un grande uomo e un grande artista: oggi il mondo ne ha la consapevolezza e non può che ammirare la sua grande opera.


Ogni grande artista ha, a suo modo, reinterpretato la realtà circostante. Kertèsz, però, lo ha fatto prima di tutti, quando anziché fotografare la guerra, immortalava i compagni che nella lunga attesa in trincea, aspettavano di morire.

Francesco Lodato

broken window di Andrè Kertèsz

Distorsioni di Andrè Kertèsz

il nuotatore di Andrè Kertèsz

ombra di una forchetta di Andrè Kertèsz

giovedì 18 gennaio 2018

Mario Trevisan: il collezionista di fotografie

Collezionista


Mario Trevisan è uno dei collezionisti di fotografia più importanti del nostro paese. La sua storia però non inizia con la fotografia, ma con la matematica, le case d’asta e l’arte moderna e contemporanea.

Come nasce la collezione

Il collezionista si avvicina all’arte grazie ai suoi studi universitari, dove conosce personalità che si occupano di economia e opere artistiche. Parte così la sua direzione trentennale per una famosa casa d’asta italiana dove inizia la sua collezione d’arte moderna/contemporanea.Ma fin da giovane ha comunque sempre avuto la passione per la fotografia, infatti ha scattato molte foto e partecipato a concorsi, ma il tempo per immortalare oggetti e persone era poco e quindi le immagini fotografiche sono state messe da parte: “ma l’amore è rimasto, tant’è che […] preferivo una bella incisione di Picasso, o simili, ad un discreto olio di un artista minore. Nel frattempo, ho sempre guardato alla fotografia, che compravo in modo molto sporadico, un pezzo ogni tanto, di artisti che usavano la macchina fotografica più che di fotografi. Poi il grande passo: ho venduto tutta la mia collezione di arte moderna e contemporanea e ho cominciato a raccogliere fotografie”.

La collezione

Dopo questo primo passo, Mario non si è più fermato e oggi possiede più di 250 pezzi, tra i quali possiamo trovare un dagherrotipo del 1846 di Ferdinando Brosy, fotografie più contemporanee degli anni 2000, grandi maestri come Man Ray, Henri Cartier-Bresson, Robert Mapplethorpe e anche artisti che hanno scelto di privilegiare il mezzo fotografico. Il filo conduttore della sua collezione è il surrealismo. Ovviamente Trevisan sostiene che la collezione ancora non sia finita e che se finisse vorrebbe dire che è morta o è morto il suo realizzatore.

Importanti sono le collaborazioni del collezionista con diversi musei italiani, in questo caso vi suggeriamo.Indizi - Opere dalla collezione di Mario Trevisan. In questa mostra le opere in esposizione sono immagini di figure e paesaggi, scattate dai più grandi interpreti della fotografia moderna e contemporanea, da Talbot e Macpherson fino a Ghirri e Sternfeld. La potete vedere a Roma, Galleria del Cembalo, fino al 3 febbraio 2018
Donna con ruota

Venezia









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giovedì 11 gennaio 2018

L'occhio magico di Carlo Mollino: l'architetto che rimodellava la realtà

Carlo Mollino è uno di quegli artisti che ha avuto la sfortuna (o il privilegio) di essere stati scoperti e apprezzati in veste di fotografo solo post mortem: i tempi in cui operava non erano ancora pronti alle sperimentazioni artistiche e al suo modo di reinterpretare la realtà. Oggi, questo  fotografo e architetto è considerato uno dei più grandi rivoluzionari del '900.


Carlo Mollino: i mobili e la passione per la fotografia


Fotografo, grafico, ingegnere, scenografo e grande sportivo: Carlo Mollino era questo è molto altro. Un esteta che viveva essenzialmente di notte, affascinato dalle luci della città: un vero e proprio scenografo  d’interni, che realizzava opere in funzione della luce che li avrebbe illuminati. Nonostante fosse un architetto di grande fama, il suo grande operato nel mondo del design e della fotografia è stato rivalutato solo dopo la sua morte, quando molti storici e critici d’arte hanno cominciato a comprendere sul serio il suo grande lavoro. Uomo eclettico dal grande fascino, l'artista torinese non si è mai lasciato imbrigliare dai meccanismi della grande industria: i prototipi dei suoi mobili più belli non sono mai stati realizzati in serie, privando così il vasto pubblico della possibilità di poterne ammirare la grande bellezza. La scelta di renderli pezzi unici e a tiratura molto bassa, però, ha influito sul loro grado di preziosità. Non stupisce che oggi i suoi mobili siano esposti al Moma (Museum of Modern Art) di New York.  Carlo aveva un gran gusto per l’hi-tech ed era molto interessato a tutto ciò che fosse in anticipo sui tempi: un vero e proprio rivoluzionario dell’interior design, capace di realizzare opere bellissime, come il tavolo Arabesco, che ricorda le forme sinuose di una donna, o come la lampada Cadma, che richiama la forma di un’elica (Mollino era anche un grande appassionato di aeronautica). Per mezzo del suo “occhio magico”, l’artista filtrava il mondo, popolandolo di oggetti unici nel suo genere.

L’occhio magico di Carlo Mollino


Ma non è solo per i suoi mobili che oggi vogliamo parlare di questo affascinante artista: tra le tante passioni, Mollino è stato anche in grado di spaziare nel campo della fotografia, ampliando così il raggio d’azione del suo “occhio”, il filtro sul mondo con cui era in grado di ridisegnare la realtà. Cresciuto all'ombra di un padre ingegnere e appassionato di fotografia, il giovane Carlo ha intrapreso numerose discipline artistiche, facendole poi, inevitabilmente, confluire l’una con l’altra. È il caso della sua passione per l’architettura e per la fotografia: sin dai primi progetti, Carlo era solito documentare il suo operato d’architetto e designer per mezzo di numerosi scatti. La sua passione per l’immagine, però, lo porta presto a intraprendere nuove strade: surrealista per natura, Mollino comincia a reinterpretare in chiave onirica le sue stesse opere, producendo fotografie still life dal grande fascino. Non c’è, però, solo l’interior design tra le sue opere: qualsiasi osservatore attento potrà trovare all’interno della sua vasta produzione richiami al mondo femminile, alle forme sinuose delle donne (le stesse che cercava di riprodurre attraverso i suoi oggetti d’interni) e al tema della velocità, mettendo sempre in discussione la realtà rappresentata e atterrando, così, nell'affascinante mondo del surrealismo. Il fotografo comprendeva già allora di aver intrapreso una strada ancora inesplorata e del tutto sperimentale. Per questo motivo sente il bisogno di redigere un manifesto, Il messaggio della Camera Oscura: siamo nel 1949, e Carlo Mollino è uno degli artisti più attenti all’evoluzione e all’affermazione della fotografia nella società moderna: essa, come la pittura, è una forma d’arte alta e per questo va rispettata. Senza dubbio, attraverso di essa, Carlo è stato in grado di ridisegnare il mondo, per lo meno il mondo visto dal suo sguardo, quel suo famoso occhio magico di cui tanto si sente parlare oggi.

È così che Camera - Centro Italiano per la Fotografia, ha voluto intitolare la mostra dedicata all’artista (aperta al pubblico a partire dal 18 gennaio 2018): L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934 – 1973, una mostra che raccoglie gran parte delle opere inedite dell’artista, ordinate in quattro sezioni riguardanti diversi momenti della sua produzione: dagli scatti i cui soggetti protagonisti sono le stesse opere architettoniche, passando per il surrealismo puro della sezione “Fantasie di un quotidiano impossibile”, fino alla sezione dedicata alla passione per la donna e il suo corpo sinuoso.

500 opere fotografiche da osservare e ammirare, soprattutto se si ha a cuore il futuro dell’architettura e della fotografia, intese come forme d’arte alte della nostra società contemporanea.


Francesco Lodato


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