mercoledì 11 ottobre 2017

Che vita da cani! Le passioni di Elliot Erwitt

Cercando qualche esposizione fotografica interessante mi sono imbattuta in quella di Elliot Erwitt, in mostra dal 23 settembre al 7 gennaio, ai Musei San Domenico di Forlì. In Personae si passa dalla fotografia in bianco e nero, considerata ormai un classico, a quella a colori, invece più inedita. Ma io ho sempre apprezzato Erwitt sopratutto per la sua passione per i cani e la sua ironia.


I cani



I cani, nelle fotografie di Erwitt, appaiono per la prima volta in un servizio di moda sulle calzature femminili per il New York Sunday Magazine. La sua idea era quella di fotografare le scarpe dal punto di vista canino. Ma, poi, la sua produzione continua quasi per caso ed esce il libro fotografico Vita da cani. Ho trovato il suddetto libro quest’estate in una bancarella e ora mi basta guardare qualche suo scatto che subito mi viene da sorridere. Alcuni cani suscitavano in Elliott curiosità, mentre altri ancora "sembravano trascendere il loro fascio scontato e spontaneo per divenire allegoria della condizione umana”. In effetti il fotografo sostiene che i cani siano più vicini a noi di qualsiasi altro animale, anche più degli elefanti, che trova “troppo grandi, fieri e inaccessibili per la fotografia quotidiana". Ed è con questo spirito che Erwitt fotografa anche tutti i suoi altri soggetti, come Marilyn Monroe, Che Guevara, Sophia Loren, John Kennedy, Arnold Schwarzenegger, tutti accomunati dalla normalità che fa parte di ognuno di noi.

L’altra faccia di Erwitt



Un’altra parte della mostra è dedicata all'alter ego di Erwitt, André S. Solidor, acronimo non casuale (ass). In questa sezione si possono trovare scatti a colore, immagini eccentriche, nudi portati all’eccesso, prodotti digitali e “photoshoppati”. Questa sua seconda personalità è dedicata all’arte contemporanea e a un certo tipo di fotografia. Insomma A.S.S. ama tutto ciò che E.E. detesta e in questo modo ci aiuta a riflettere sulle diverse sfaccettature dell’arte.


In breve, che amiate o non amiate i cani, che preferiate la fotografia classica o irriverente e fuori dagli schemi, se siete nei paraggi, andate a visitare Personae a Forlì, Erwitt non vi lascerà delusi!


Sara



signora su sgabello con sotto un chihuahua

zampe, scarpe e chihuahua

cane che salta



































Fonti immagini: pinterest.com/pin/419045940299497587/
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Eliott Erwitt, Vita da cani, Phaidon, 2004

lunedì 9 ottobre 2017

"Fashion Photography": il mondo della moda secondo Peter Lindbergh

L’offerta culturale  del panorama torinese continua a farsi sempre più interessante. Tra il 7 ottobre e il 4 febbraio, infatti, la Venaria Reale ospiterà più di 220 foto di Peter Lindbergh, considerato all’unanime, uno dei più grandi fotografi di moda viventi.

Peter Lindbergh: il fotografo – intelettuale e la sua rivoluzione


Dal 1978 ad oggi Peter Lindbergh è riuscito a creare una vera e propria zeitgeist, una poetica fotografica personale, che ha plasmato, in 30 anni, numerosi brand di moda. Attraverso il mezzo potente della fotografia, l’artista ha contribuito alla mitizzazione di modelle dal calibro di Cindy Crawford, Naomi Campbell e Kate Moss, le cui figure appartengono ormai alla cultura pop occidentale. Un fotografo di moda, sì, ma scomodo, controcorrente e rivoluzionario. Il suo attaccamento al realismo puro lo ha portato a prendere una posizione forte contro il fotoritocco, una battaglia che porta avanti da tantissimo tempo, e che sembra stia raccogliendo i suoi frutti proprio in questi giorni (considerate le ultime leggi riguardanti l’ultilizzo di Photoshop nel mondo della moda).

Fashion Fotography: la bellezza libera dalle costrizioni del fotoritocco


L’obiettivo di Lindbergh è sempre stato chiaro: la bellezza risiede dovunque, anche in qualche ruga di troppo.  Per il fotografo, quello dell’artista, è un ruolo di grande responsabilità: il mezzo artistico dà la possibilità di combattere ciò che non funziona in questo mondo, un luogo dove bellezza e perfezione la fanno da padrona. Lindbergh ha portato avanti la sua rivoluzione, combattendo fin da subito questi preconcetti, e lo ha fatto conferendo grande umanità ai suoi soggetti, non più semplici veicoli di bellezza, ma portatrici di un trascorso,  un vissuto reale che va al di là della fotografia. Ne è una prova il cortometraggio realizzato nel ’91, Models - The Film, con cui il fotografo ha dato voce alle sue modelle, con le proprie storie e la propria vita. Un fotografo di moda che va oltre la moda, quindi, e che libera da quel mondo patinato le sue donne-oggetto, trasformandole in grandi icone. È questo il potere che ha la fotografia e che Lindbergh ha saputo sfruttare al meglio.
Ora, a Venaria Reale, si ha la grande occasione di poter visitare una mostra eccezionale. Divisa in più categorie, oltre alle foto sono presenti varie installazioni caratterizzate da story board, frammenti di video, appunti, parti di scenografie e tanto altro: il mondo, insomma, che gira attorno ad una semplice fotografia.

Da vedere assolutamente.


Francesco Lodato

peter-lindbergh-foto

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Fonte foto copertina: facebook.com/peterlindberghofficial


mercoledì 4 ottobre 2017

Diane Arbus: lo strano mondo di una fotografa americana



Oggi vogliamo parlarvi di Diane Arbus e della sua sensibilità. Questa fotografa non è importante tanto per le sue foto, ma quanto per i suoi soggetti. La fotografa, infatti, cerca di dare dignità a personaggi che venivano confinati in circhi e baracconi: i famosi freaks. Ma partiamo dall’inizio.


I primi passi di Diane Arbus


Diane nasce in una famiglia benestante di ebrei russi emigrata a New York. A 18 anni sposa l’attore Allan Arbus, con il quale apre uno studio fotografico dedicato alla moda e alla pubblicità, collaborando con riviste importanti come Vogue e GlamourIn un primo momento la giovane ragazza lavora come assistente nello studio. Successivamente, però, inizia a studiare fotografia scoprendo in lei una grande passione. Un amore, quello per la macchina fotografica, alimentato dalla sua insegnante, Lisset Model, la quale sostiene che per fotografare bisogna soprattutto divertirsi.


Gli strani amici di Diane Arbus


L'elemento più interessante del suo lavoro è sicuramente la sensibilità con la quale la fotografa si rapporta ai suoi soggetti. Tra il ‘57 e il ‘60 la giovane Diane scopre un baraccone nel quale lavorano artisti e freaks, da cui viene fin da subito affascinata. In questi anni il rapporto con il marito si incrina fino alla definitiva rottura. Diane prosegue però con la sua carriera e ama frequentare il Club 82, nel quale ritrova le persone che immortala nei suoi lavori. Inizialmente i suoi “nuovi amici” sono diffidenti, ma conoscendola meglio riescono a capire che è sincera e amichevole e non li considera dei casi umani come fanno tutti. Il problema è non riuscire a pubblicare queste foto. Solo una rivista le dà fiducia, ma i risultati sono pessimi e molte persone disdicono l’abbonamento spaventati dai soggetti della Arbus. Ciò che bisogna sottolineare è che Diane non aveva nessuna intenzione di realizzare opere artistiche fini a se stesse. Ciò che per lei contava di più era conferire una sorta di dignità ai propri soggetti, perlopiù emarginati dalla società



Ascesa e crollo di un'artista


A metà degli anni ‘60 Diane è a New York alla ricerca di nuove ispirazioni e il MOMA le organizza un'esposizione con altri due fotografi. Questa mostra ha molto successo, ma il pubblico la definisce la “fotografa dei mostri”. Affermazione che offende Diane: infatti i suoi lavori vanno nella direzione opposta: i soggetti non devono essere ridicolizzati, ma al contrario la gente deve cogliere la loro sensibilità e “normalità”, concetto che comunque la Arbus non approva. Con il successo, i problemi di depressione, che già l’avevano tormentata nel passato, tornano a farsi sentire più forte che mai e nel 1971 si suicida prendendo una massiccia dose di barbiturici e tagliandosi i polsi in una vasca da bagno.Una morte violenta che ha ispirato Stanley Kubrick per uno dei suoi ultimi film: in Shining, infatti, il macabro ritrovamento della donna nella stanza 237 è a lei dedicato. Lo stesso vale per le gemelle che tormentano il piccolo Danny, chiaro riferimento all'affascinante foto scattata dalla Arbus e intitolata Identical Twins.

Donna con mantello
gemelle con abito nero e colletto bianco


Fonti: pinterest.com/pin/433964114069527102/

          pinterest.com/pin/438115869977263241/



lunedì 2 ottobre 2017

Koudelka fotografa la Terra Santa: al cinema il documentario dedicato al grande fotografo


Oggi vogliamo segnalarvi l'uscita imminente di Koudelka fotografa la Terra Santa, documentario realizzato nel 2015 e finalmente sbarcato sul grande schermo italiano. Un'occasione unica per vedere in azione uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi: Josef Koudelka.

immagine-di-koudelka



Josef Koudelka: maestro vivente della fotografia mondiale


L'obiettivo di Gilad Baram, regista di Koudelka fotografa la Terra Santa è chiaro: diventare l'ombra del grande fotografo e seguirlo in tutte le sue perlustrazioni, effettuate tra i territori di Gerusalemme est, Hebron, Ramallah e Betlemme. Il fotografo si sposta seguendo la linea che separa Israele dalla Palestina. Il documentario, però, fa di più: oltre a presentare le sue bellissime foto, l'improvvisato documentarista è riuscito a registrare alcuni momenti fondamentali del processo creativo di uno dei più grandi maestri viventi della fotografia mondiale. Un'occasione irripetibile per un semplice studente dell'Accademia di Belle Arti. Tutti sanno quanto le foto di Koudelka abbiano segnato l'immaginario collettivo degli ultimi 40 anni: su tutte, le foto scattate nel 1968 a Praga, mentre le forze militari russe entravano in città. Le immagini, dal grande impatto visivo, arrivarono clandestinamente all'agenzia Magnum, che le fece pubblicare sul The Sunday Times in forma anonima. Il loro anonimato le rese ancora più affascinanti e iconiche. Quando, poco più tardi, si seppe che a fotografarle era stato Josef Koudelka, la sua fama crebbe a dismisura, dando una svolta alla carriera di fotografo.

Koudelka fotografa la Terra Santa: la forza delle immagini


Ma torniamo al film: se nel 1968 Koudelka documenta l'arrivo in città delle forze militari del Patto di Varsavia, dando il via, di fatto, a una grande carriera di fotografo, dal 2009 al 2012, perlustra i territori israeliani a caccia di scatti che possano documentare ciò che accade a ridosso di quel famoso muro che separa gli ultimi dislocamenti israeliani dalla Palestina. Ad affiancarlo in questa avventura c'è Baram, il suo giovane assistente: selezionato tra tanti altri studenti dell'accademia, il giovane ragazzo accompagna il fotografo in questi viaggi. Dopo aver compreso di non poter essere d'alcun aiuto (Koudelka non ha bisogno di assistenti), lo studente diventa intraprendente, imbracciando la propria reflex: nonostante Koudelka non voglia essere ripreso, Baram, guidato dall'irresistibile "chiamata all'avventura", comincia a filmare il suo lavoro.


Nasce così Koudelka fotografa la Terra Santa, un prezioso progetto cinematografico che documenta l'ultimo, grande lavoro del fotografo ceco, rappresentante la piena espressione della sua maturità artistica.



Fonte foto copertina: facebook.com/frequenzazerocommunications


venerdì 29 settembre 2017

Bellezza immortale

Album conservato nella Biblioteca del 
































La contessa di Castiglione, Virginia Oldoini, è stata una donna bellissima e consapevole di esserlo. Infatti, nata in una famiglia ricca e nobile, è fin da piccola viziata e adulata per la sua bellezza. Come una moderna Oscar Wilde vuole rendere la sua immagine immortale e lo fa grazie ad un nuovo mezzo dell’epoca, la macchina fotografica. Nel corso della sua vita colleziona più di 400 immagini che la ritraggono nelle pose più strane e con abiti sfarzosi che facevano invidia a tutte le nobildonne del tempo.

Amanti e fotografie


La contessa non si accontenta di poco, come per gli amanti aveva puntato in alto, così fa anche per la scelta dei fotografi incaricati di ritrarla. Proprio nel periodo parigino, quando diventa l’amante di Napoleone III, ingaggia due, tra i fotografi più in vista del bel mondo della capitale francese, Mayer & Pierson. Ogni ritratto la deve immortalare nella sua splendente giovinezza. È lei stessa a curare la scenografia degli scatti, con anche qualche richiesta particolare, come il vezzo di farsi fotografare i piedi. Insomma quelle immagini corrispondo alla sua persona, fatta di vanità ed egocentrismo. Alcuni degli scatti più famosi sono quelli in cui lei interpreta altri personaggi, come una suora di clausura o la regina di cuori con atteggiamenti sadomaso, anche a suo figlio Giorgio fa interpretare qualche parte vestito da bambina.

Album e ricordi


Di tutte queste foto sono rimasti a noi solo due album: uno si trova qui a Torino, negli archivi del Museo Nazionale del Risorgimento di Torino (noi di camerachiara siamo andati a dare una sbirciata), nel quale non sono indicate né il fotografo, né le date di realizzazione, quindi, presumibilmente destinate ad uso privato. Il secondo è custodito al Metropolitan Museum e contiene più di 289 foto della contessa, realizzate dai due famosi fotografi della nobiltà parigina. Virginia può essere considerata una delle prime modelle nella fotografia di moda.

Le foto che sono arrivate fino a noi, non solo servono a raccontarci la personalità della contessa, ma sono un importante osservatorio della società di metà Ottocento piena di cambiamenti e innovazioni.

La contessa guarda attraverso un occhiello

Contessa travestita da suora di Clausura

Quadro con i piedi della contessa


Fonte immagini:
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mercoledì 27 settembre 2017

La forza delle immagini di Wolfgang Tillmans raccontate a Basilea

Rimangono ancora pochi giorni per vedere la mostra fotografica allestita presso la Fondazione Beyeler dell’artista tedesco Wolfgang Tillmans. La città di Basilea ha accolto con grande piacere la collezione del fotografo, composta da più di trent’anni di carriera.


Wolfgang Tillmans: stimolante personalità del panorama artistico contemporaneo


Quella di Tillmans è ormai una figura eccellente del mondo dell’arte fotografica. I suoi lavori non possono essere incasellati in un’unica corrente artistica: Wolfgang si è occupato di tutto, spaziando dal ritratto al paesaggio, dalla natura morta ai bellissimi lavori degli ultimi anni ’80, rappresentanti un‘intera generazione di giovani tedeschi. Non esiste un ordine preciso nella sua collezione, gli accostamenti dell’esposizione appaiono casuali. A concludere la mostra, poi, vi è un nuova installazione video che destabilizza ancora di più lo spettatore, forse ignaro di ciò che sta vedendo o comprendendo. Come ha affermato lo stesso fotografo: “Pensate di sapere cosa ho fatto, ma non è così”.


La dimensione spirituale e artistica di un grande fotografo


Per cercare di comprendere al meglio Wolfgang Tillmans bisogna fare un passo indietro e focalizzare  il suo lavoro all’interno di un contesto sociale preciso: la Germania degli anni’80, periodo fondamentale per la sua crescita artistica. Ancora giovanissimo, Wolfgang comincia a lavorare sul proprio corpo, decidendo, poi, di muoversi tra i luoghi dello spazio urbano, tra le donne e gli uomini che lo abitano. Fondamentale, è la dimensione spirituale, vero motore creativo che lo ha portato a crescere sia come uomo che come artista. Un percorso lungo e complesso che lo ha spesso spinto a cambiare direzione, a volte anche drasticamente. Basti pensare ai suoi primi lavori, raffiguranti i rave party di Amburgo o i numerosi locali gay visitati durante i viaggi nel mondo. Poi c’è l’indagine riguardante la scena giovanile underground degli anni’90 e, infine, l’arrivo degli anni 2000, periodo in cui Tillmans raggiunge la sua maturità artistica. Oggi, il fotografo tedesco sembra più introspettivo e intimo, quasi astratto. Ecco la linea narrativa e temporale che si può avvertire alla mostra di Basilea: sono circa 200 immagini, tutte rappresentanti un momento della vita spirituale e artistica del fotografo. Materiale vastissimo che rende preziosa l’intera mostra, inaugurata lo scorso 28 maggio.

La Fondation Beyeler chiuderà le sue porte il primo ottobre, tra pochi giorni. Bisognerà affrettarsi e prenotare un volo direzione Basilea se si vuole beneficiare ancora di queste grandi opere fotografiche.


foto_wolfgang_tillmans

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Fonte foto copertina: facebook.com/paul.mittleman
                                  facebook.com/araks/

martedì 26 settembre 2017

Angelo Candiano: il fotografo senza macchina fotografica

Conoscete la fotosofia?? Noi di camerachiara fino a qualche giorno fa no. Ma in occasione di Ouverture siamo andati nella galleria Guido Costa Projects, dove è esposta la mostra di Angelo Candiano, "LIGHT IN ROOM FOR A VERY LONG TIME...".

I Mutanti, opere in divenire


Questa è una mostra fotografica senza alcuna fotografia: qui, l’artista tenta invece di comprendere e far comprendere quello che è il processo meccanico al disotto dello “scatto”. Due sono i punti fondamentali per spiegare il fenomeno: la luce e il tempo, elementi fondamentali nello studio della fotosofia. In tutta la sua ricerca Candiano analizza il rapporto tra visibile e invisibile, ben consapevole di stare esplorando un territorio mutevole. Infatti ogni sua opera è viva e genitrice di un’altra. Mutanti, opera composta da alcuni quadretti con all'interno una carta fotosensibile, spiega bene questo processo. Durante il vernissage abbiamo potuto parlare all'artista, il quale ci ha spiegato la sua affascinante attività di “ostetrico” e mostrato il risultato di un lavoro durato vent'anni: in occasione di Ouverture, è stata estratta, ed esposta al pubblico, la carta fotosensibile di uno dei suoi Mutanti. Il risultato rappresenta la materialità della luce.

Miracolo e il processo fotografico


Candiano non utilizza un apparecchio fotografico per creare la sua arte, ma ne sfrutta le componenti. Ad esempio l’installazione Miracolo, creata apposta per la galleria Guido Costa Projects, utilizza la luce di due proiettori: uno puntato verso l’entrata della galleria e l’altro con un fascio luminoso diretto al lato opposto. Questa composizione serve ad Angelo Candiano per spiegare il processo meccanico che sta dietro la fotografia. 

La sensazione che lascia questa mostra è quella di una ricerca di conoscenza più che di realizzazione di oggetti artistici. Un affascinante esperimento su tutto ciò che accade dentro la macchina fotografica nel momento dello scatto.

Angelo Candiano, Mutante, 1997, fotografia piegata e aperta, carta fotografica vergine, supporto in bilaminato, 40 x 40 x 7 cm.

Installazione due proiettori
Angelo Candiano, mostra “Light in room for a very long time…”, 2017, veduta dell’installazione: Guido Costa Projects, Torino
fotografia di Maria Bruni, courtesy Artista & Guido Costa Projects